Ci mancava solo la privatizzazione dell’acqua!

Mentre l’attenzione degli italiani viene deviata su notizie futili come chi esce dalla casa del “grande fratello”, l’Italia si trova a fare i conti con l’articolo il decreto legge 135/09.
E proprio di conti si tratta.
Questo decreto, infatti, prevede che la gestione dei servizi idrici sarà consegnata in mani a ditte private.
Un bene comune come l’acqua, viene messo in mano a dei privati!
L’art. 15 della nuova normativa, stravolge totalmente il sistema di gestione dei comuni prevedendo che: “Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria a favore di società a partecipazione mista pubblica e privata, a condizione che la selezione del socio avvenga mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a), le quali abbiano ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio e che al socio sia attribuita una partecipazione non inferiore al 40 per cento”.
Quindi il servizio andrà a società miste dove, il partner privato, individuato mediante procedura ad evidenza pubblica, dovrà essere socio operativo con una quota di partecipazione non inferiore al 40%.
Ma c’è dell’altro.
Sempre l’art. 15 al comma 3 riporta: “In deroga alle modalità di affidamento ordinario di cui al comma 2, per situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire a favore di società a capitale interamente pubblico, partecipata dall’ente locale, che abbia i requisiti richiesti dall’ordinamento comunitario per la gestione cosiddetta “in house” e, comunque, nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria in materia di controllo analogo sulla società e di prevalenza dell’attività svolta dalla stessa con l’ente o gli enti pubblici che la controllano”.
Quindi l’ente pubblico non può (se non in via del tutto eccezionale) gestire i propri servizi, e quindi le proprie acque.
Cosa comporta tutto questo è presto detto?
Prendiamo una caso fra tutti: Aprilia (Latina).
Qui le acque sono gestite privatamente dall’Acqualatina, il cui maggiore azionista è la Veolia che ad oggi è la più grande multinazionale dell’acqua.
In questo paese, il gestore delle acque, ha deciso nel 2005 di aumentare le bollette del 300%!.
A questa decisione oltre quattromila famiglie da quell’anno, si rifiutano di pagare le bollette ad Acqualatina , pagandole invece al Comune. Come se ciò non bastasse, durante l’Estate 2008, Acqualatina manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso dell’acqua.
Ad opporsi a tutto questo, arriva la regione Puglia, che, proprio richiamandosi alla legislazione europea, ha stabilito una ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese. Il Presidente Vendola e la Giunta regionale, infatti, sono convinti che non sia l’Europa ad imporre all’Italia la privatizzazione del servizio idrico.
Sulla stessa scia si presenta Palermo dove i sindaci e gli amministratori appartenenti al Coordinamento Regionale degli enti locali per l’acqua bene comune e per la ripubblicizzazione del servizio idrico.
A Caserta invece è stato proclamato il diritto all’acqua come diritto umano definendo privo di rilevanza economica il servizio idrico integrato.
La storia, per nostra fortuna, si ripropone in molti altri comuni italiani come Roccapiemonte, Prevalle, Fiorano Modenese, Napoli, Corchiano, Pietra Ligure, Povegliano Veronese, Sommacampagna, Fumane che, per tutelare la pubblicizzazione delle acque, hanno inserito nel loro Statuto un articolo a protezione dell’acqua intesa come bene comune pubblico.
e c’hanno ragione.
Infatti in due momenti il Parlamento europeo si dichiara per la non privatizzazione delle acque. La prima volta sostiene il principio che l’acqua è un “bene comune dell’umanità” mentre gli organismi dell’UE hanno a più riprese evidenziato che “alcune categorie di servizi non sono sottoposte al principio comunitario della concorrenza”.
Appare chiaro quindi che non è l’UE ad imporci certe misure, come invece ci vogliono fare credere, ma sono solo i nostri governanti a svendere costantemente il Paese dandolo nelle mani di società, banche e quant’altro.
In queste condizioni mi meraviglierei se non ci fosse una crisi !





















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